“La grande bellezza”, di Paolo Sorrentino

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Dopo la straordinaria vittoria come miglior film straniero ai Golden Globe e, pochi giorni or sono, anche ai BAFTA, La grande bellezza è ora tra i favoriti nella cinquina per aggiudicarsi anche l’Oscar nell’omonima categoria.
Ammettendo le nostre lacune (non l’avevamo ancora visto), abbiamo cercato di rimediare e siamo corsi ai ripari vedendo subito questo film.

Il protagonista è Jep Gambardella, interpretato magistralmente da Toni Servillo. Uno scrittore/giornalista/critico teatrale che, in gioventù, dopo aver scritto un libro intitolato “L’apparato umano“, decide di trasferirsi a Roma per coltivare i suoi sogni di gloria. La sua ambizione, come dice lui stesso in una scena, è quella di avere il potere di far fallire una festa. E ci riuscirà, dando luogo ad interminabili serate sul suo terrazzo con vista Colosseo. Tutto il film ruota attorno al suo personaggio, il quale vive la sua vita tra feste mondane in cui si balla e ci si sballa in tutti i modi fino allo sfinimento. Jep, diventato re indiscusso della notte romana, da grande ammaliatore (talvolta anche dalla lingua affilata), con la sua intelligenza e proprietà di linguaggio riesce a sedurre ed incantare chiunque gli ronzi intorno. E’ sempre circondato da figure-stereotipi, tra cui: belle donne, attrici fallite, cardinali che pensano a tutt’altro che alla chiesa, spogliarelliste non più giovanissime (Sabrina Ferilli), suore in odore di santità ed altre donne che, pur di restare nel giro della Roma bene, danno ormai di sé un’immagine davvero grottesca (vedi Serena Grandi). Proprio questa pare essere una forzatura voluta dal regista che rende benissimo l’idea della cafonaggine e della falsità di quegli ambienti.

La trama, in un certo senso, è finita qui. Infatti, nelle oltre due ore di durata della pellicola, la cosa che più stupisce è che non esiste una vera e propria storia, bensì è un susseguirsi di situazioni che si alternano tra loro fino alla fine del film. Si va dalla festa nel lusso più sfrenato, al momento di riflessione-depressa nei quali i personaggi parlano delle loro sconfitte sul piano personale, passando per scene grottesche e visionarie. Come quella in cui una folla di persone, di qualunque ceto sociale, si ritrova in una sala-ambulatorio ad affrontare una lunghissima fila pur di farsi fare un’iniezione di botox da un fantomatico “guru” della chirurgia estetica.

Al termine della visione, l’immagine che nel complesso ne esce è allo stesso tempo epica ed avvilente, in quanto Paolo Sorrentino riesce a mescolare oltre agli elementi sopra citati anche sacro e profano, arrivando quasi a fonderli assieme. Forse il successo di questo film sta proprio nel fatto che, non avendo una trama, ognuno può darne un significato molto soggettivo.
Questa “grande bellezza” può essere per alcuni di noi un messaggio puramente spirituale sui valori della vita, come si evince dalle fasi finali del film con il personaggio di suor Maria, che dice di nutrirsi di sole radici perché “le radici sono importanti”; per altri può essere la semplicità del trascorrere una serata davanti alla televisione con la persona amata. Come in un’altra scena, nella quale Jep rimane incantato da una coppia di mezz’età che gli racconta la loro serata tipo; oppure può essere considerata “grande bellezza” anche il solo fare l’amore, vivere con leggerezza. Un po’ come fa il protagonista, che del rincorrere questi “attimi di felicità” vivendoli al massimo, ne fa una ragione di vita. In fondo per lui conta solo il sentirsi ‘numero uno’, senza averne mai abbastanza.

Qualunque cosa per noi sia bellezza (o felicità), ha però il suo rovescio della medaglia. Ovvero: ogni gioia che la vita può darci è effimera, quando ci capita dobbiamo apprezzarla appieno, perché tutto prima o poi svanisce.

In conclusione La grande bellezza è un film ben fatto, ambientato in una Roma mozzafiato (che aiuta molto nelle riprese più evocative del film), resa così bene anche grazie all’abilità di Luca Bigazzi, Cristiano Travaglioli e Lele Marchitelli, rispettivamente direttore della fotografia, montaggio e colonna sonora di questo lungometraggio.
Da sottolineare l’ottima prova di Carlo Verdone, il quale interpreta Romano, un drammaturgo, a mio avviso uno dei personaggi più veri dell’intero film. Infatti Romano, dopo aver riposto in Roma tutte le sue migliori aspettative, si rende conto dopo tanti, troppi anni, che quella vita e quella città non fanno per lui e torna così, malinconicamente, in provincia da dove era partito giovane e pieno di belle speranze.
Unico appunto che farei al regista è la ripetitività nel proporre scene di divertimento senza freni (o “finto” divertimento) accostandole a visioni mistiche che forse stridono un po’ troppo tra loro, il vero senso di questo film, infatti, sta secondo me tutto concentrato nell’ultimo quarto d’ora. Comunque sia, un film assolutamente da vedere.

Detto questo, facciamo tutti il tifo per Paolo Sorrentino, che è chiamato a tenere alto l’onore dell’Italia (dopo tantissimi anni di assenza) domani notte agli Academy Awards.

Ps. Per chi non lo avesse ancora visto, Canale 5 lo proporrà in chiaro in via del tutto eccezionale martedì prossimo, 4 marzo 2014 alle ore 21. Non perdetelo!

Roberto

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